Gli uomini hanno bisogno di qualche attività esterna,

perché sono inattivi di dentro.

Schopenhauer





Alcune curiosità sul Counseling

Il termine Counseling, oggi molto utilizzato in ambito professionale, sembra una metodologia appartenente al mondo anglosassone, ma l'etimologia del termine è di origine latina, nel verbo consulo-ere; il significato principale è "consolare, confortare", oltre che "venire in aiuto, avere cura", oppure ad altro verbo latino consulto-are nell'accezione di "richiedere il parere di un saggio". 
Quindi il counselor nella sua opera professionale definisce l’atto del consultare, consigliare, esaminare, avere cura, darsi pensiero, interrogarsi, considerare. Per concludere il termine counseling equivalente al latino CONSULTATIO, ossia consultazione.
La nascita ufficiale del counseling risale agli anni 50 negli Stati Uniti e agli anni 70 in Europa, in particolare in Gran Bretagna, sia come servizio di orientamento  sia come strumento di supporto nei servizi sociali e nel volontariato. In Italia il counselor inizia ad apparire negli anni 80, mentre si diffonde negli anni 90.

A cosa serve?

Gli ambiti di intervento del counseling sono sia quello individuale, in cui si affrontano problematiche di tipo personale,  sia applicazioni specifiche in campo comunitario, lavorativo e socio-sanitario, in cui la qualità delle capacità relazionali è fondamentale per un corretto funzionamento di tutta la struttura. Il counselor, con l'utilizzo più appropriato di un insieme di abilità, atteggiamenti e tecniche per aiutare il cliente ad aiutarsi, parte dal presupposto che una persona abbia già in sé le risorse e le capacità necessarie, e si propone quindi di creare le condizioni per farle emergere, occupandosi di problemi non-specifici, come la capacità di prendere decisioni, lo sviluppo della conoscenza di sé, il miglioramento del modo di relazionarsi agli altri, eccetera. Un altro concetto importante è la responsabilità individuale, propria delle persone, la quale viene incentivata durante l'incontro del cliente con il counselor. Per questo motivo al cliente viene riservato un atteggiamento altamente stimolante per sviluppare le capacità di scelta. Il counselor si inserisce nei contesti dove sia necessario un intervento non finalizzato alla ricerca di soluzioni, ma a sviluppare nel cliente, anzi con il cliente, la mobilitazione delle proprie risorse interne per fronteggiare favorevolmente la propria situazione di vita reale nel quotidiano.

Chi sono io?

Per poter raggiungere questo obiettivo, l'essere counselor, non può prescindere da un “essere” persona, che tramite un percorso interiore di crescita, ha raggiunto una buona dose di conoscenza di sé. “Conosci te stesso” era scritto sul tempio di Apollo a Delfi e l’invito è rimbalzato fino ai giorni nostri.Il trovare una risposta alla domanda “chi sono io?” continua a costituire la sfida per chi vuol trovare un senso più profondo alla propria esistenza ed allineare il proprio progetto di vita con la spinta vitale che sgorga dalla nostra vera essenza. Ciò che oggi viene indicato come “crescita personale”, altro non è che porsi ed affrontare quella domanda, portandosela con sé lungo il percorso della vita, prestando una maggiore consapevolezza alle nostre scelte, comportamenti, relazioni, pensieri.

La formazione del counselor

Il counselor basa quindi la propria figura professionale dall'esperienza maturata oltre che dall'utilizzo di metodologie apprese in campo umanistico, generalmente psicologico o filosofico, della formazione e training personale; molte volte partecipando a corsi pluriennali nonchè continuo aggiornamento. Una possibile fonte di conoscenza e aggiornamento viene impartita al counselor qualora egli collabori con enti/laboratori di ricerca e sviluppo privati o pubblici.

Prendersi cura

Il primo dovere del professionista è quello di non nuocere all’utente e questo precetto non è così ovvio come sembrerebbe, in quanto molto danni sono provocati dalle migliori intenzioni. Naturalmente la soluzione del problema riportato dal cliente è il primo obiettivo del professionista, ma è appunto necessario che egli entri in relazione non con il problema, bensì con il cliente. Se il counselor si focalizzasse esclusivamente sull’esigenza di trovare presto una via d’uscita al problema, rischierebbe di perdere il contatto con la relazione e con la persona. Spesso il cliente, prima di arrivare alla soluzione necessita di un tempo adeguato per sfogarsi, per chiarirsi le idee, per raccogliere energie, per portare avanti un processo di autoesplorazione. Il tempo per il passaggio all’azione, arriverà quando tutti i sentimenti in campo saranno stati espressi, riconosciuti, accettati, esplorati ed elaborati. Per il counselor è importante non eccedere nel “fare”, ossia il non sostituirsi al cliente, non proporre soluzioni, non dare consigli, non pretendere di risolvere in fretta il problema, non decidere i tempi ed i modi del cambiamento, ma piuttosto avere la forza di stare anche nella “non azione”, nell’osservare e nel pensare, senza farsi prendere dall’ansia del conseguimento del risultato e tollerare anche una situazione di non-soluzione. E’ evidente che il reperimento di una soluzione non è di competenza del counselor, anzi se egli cedesse all’illusione di sapere cosa è oggettivamente giusto che il suo cliente faccia e gli fornisse una soluzione preconfezionata, non sarebbe certo un professionista efficace. La soluzione ideale al problema del cliente non può mai essere omologata, standardizzata, ma al contrario deve scaturire da un processo di elaborazione interno molto personale. Non è tanto significativo il problema in se stesso, ma il modo in cui la persona lo vive, lo affronta. Il percorso di counseling deve servire al cliente per esplorare in se stesso queste sue modalità di fronteggiamento ed interpretazione delle situazioni, in modo da verificarne l’efficacia e l’opportunità, per quindi migliorarle o trovarne di alternative. L’obbiettivo dell’intervento di counseling diventa quindi non solo risolvere il problema, come già accennato, ma verificare la modalità tipicamente utilizzata dal cliente ed eventualmente agevolarne il cambiamento, anche perché si ha la tendenza a riproporre automaticamente la stessa risposta anche a situazioni diverse, che richiederebbero un approccio differente. L'utilizzo di diverse metodologie pone il counselor nella possibilità di adeguare il metodo più opportuno a seconda della tipologia di intervento o di cliente.
Il professionista evita accuratamente l’acting out, l’agire automatico, la e modulata dalla consapevolezza dell’effetto che l’azione produrrà sulla relazione con il cliente.

Counselor = psicoterapeuta?

Il counselor non deve fare psicoterapia, non si propone di ristrutturare la personalità del cliente, né di “curare” una patologia. Per il counselor, il cliente è una persona sana, che semplicemente necessita di sostegno per il superamento di un periodo di crisi. Egli gli mette a disposizione la propria competenza soltanto per il tempo necessario per risolvere il problema ed una volta raggiunto l’obbiettivo interrompe la relazione d’aiuto. Naturalmente è possibile che il cliente presenti tratti psicopatologici, tuttavia il fine del rapporto di counseling non sarà quello di sviscerarli o guarirli, essi rimarranno sullo sfondo rispetto alla problematica per la quale il cliente ha chiesto aiuto. Nel caso in cui il professionista lo ritenga utile potrà però fare da tramite per indirizzare la persona verso uno psicoterapeuta. L’atto di ascoltare, a differenza dell’udire, presuppone un’intenzione di accoglienza dell’altro ed una capacità di accostarsi al suo mondo con un interesse reale di incontro e condivisione. Nella nostra cultura l’ascolto non viene insegnato né nell’ambito famigliare né in quello scolastico, ma si dà semplicemente per scontato che sia una capacità che si acquisisce naturalmente.

Saper ascoltare

L’ascolto del counselor è definito “ascolto attivo” e presuppone un livello di attenzione che favorisce il flusso comunicativo.Quando una persona parla ed il suo interlocutore gli somministra consigli non richiesti, gli suggerisce quali sentimenti dovrebbe provare, gli dice cosa sarebbe giusto fare o interpreta la situazione, in realtà non sta ascoltando. Per ascoltare autenticamente occorre che il counselor assuma il punto di vista dell’altro, entrando in empatia con lui, senza proiettargli caratteristiche che non gli appartengono e disponendosi a cogliere i suoi schemi di riferimento anche se differenti dai propri. Il primo passo in questa direzione è partire da un buon ascolto di sé, in modo da conoscere i propri schemi mentali, i valori culturali, dato che la comunicazione può essere definita come uno scambio di rappresentazioni della realtà. Nel counseling il professionista crea uno spazio neutro, in cui ricevere i dati in entrata, senza filtrarli ed interpretarli automaticamente in base ai propri schemi, ma cercando di comprendere il senso che il messaggio ha per il cliente. Egli, durante l’ascolto, mette in atto uno stato di “sospensione”, lasciando da  una parte le proprie impressioni per utilizzarle come ipotesi e si prende il tempo di attribuire il significato della comunicazione insieme al cliente. Il professionista cerca di “capire” quello che l’interlocutore gli sta dicendo, ponendogli delle domande ogni qualvolta egli senta di avere bisogno di chiarimenti, delucidazioni per meglio mettere a fuoco il senso della comunicazione. Attraverso la riformulazione o riassunto si accerta di avere compreso pienamente il significato di quanto ascoltato e verifica continuamente la risposta che il cliente gli dà rispetto al suo intervento. Ponendo attenzione al feedback del cliente, egli verifica come quest’ultimo ha accolto il suo rimando, sia a livello di contenuto che di relazione, osserva se l’interlocutore si apre, apporta nuovi elementi che permettono di approfondire ulteriormente la comunicazione in un buon clima relazionale, o se al contrario la sua reazione è di chiusura, difesa, reticenza e la comunicazione ne risulta impoverita o deviata.

La comunicazione nel counseling

La comunicazione è infatti un processo circolare, in cui ciascun interlocutore è influenzato dall’altro ed a sua volta lo influenza.Il counselor adotta dei comportamenti attivi che favoriscono la comunicazione sia a livello di contenuto che di relazione che consistono in interventi verbali  e non verbali (ammiccamenti). Con la riformulazione, il counselor restituisce all’emittente, la comunicazione ricevuta metacomunicando interesse e partecipazione autentica. La relazione è il principale strumento a disposizione dell’operatore per aiutare il cliente. Solo all’interno di una relazione autentica, profonda e di fiducia il cliente potrà sentire il clima emozionale giusto per sentirsi al sicuro, libero di aprirsi, nella certezza di essere accolto ed accettato senza giudizio. Nessuna tecnica, per quanto appropriata e corretta può funzionare se applicata “asetticamente” da un operatore indifferente e distaccato. Una certa dose di coinvolgimento empatico dell’operatore è indispensabile perché la sua tecnica sia “viva” e “vivificante”, all’interno della relazione. Questo naturalmente non toglie che il professionista entri in contatto profondo con l’altro, senta ciò che il cliente sente, “cammini per un miglio nei suoi mocassini” come recita il detto indiano, ma mantenga un radicato “senso di sé”, e non si perda nell’altro. Egli accompagna il cliente nei suoi vissuti, lo comprende, partecipa alle sue fatiche, ma resta profondamente se stesso, senza farsi travolgere, ed ha ben chiari i confini tra lui e l’altro. Questo atteggiamento è indispensabile sia per l’operatore che non rischia di identificarsi con il cliente, prosciugandosi e annegando insieme all’altro ed ai suoi problemi, sia al cliente che da questo “distacco” trae sicurezza, forza, fiducia del fatto che la mano a cui si aggrappa è salda e sicura.La responsabilità dell’instaurarsi di una buona relazione è a carico del professionista, che deve porselo come obbiettivo primario ed applicare tutte le strategie necessarie al fine di raggiungerlo. Il cliente può aprirsi o meno, dire la verità, o solo una parte, o anche bugie, comunicare adeguatamente o non rispettare le regole di una corretta comunicazione, ma il professionista, al contrario, deve avere la capacità di “stare con l’altro”, con accettazione incondizionata e senza pregiudizio,  ha il dovere e le competenze per far sì che l’incontro diventi un’occasione di formazione e di crescita per entrambi. Non sempre egli ci riuscirà completamente, molto dipende anche dalla disponibilità e dalla possibilità del cliente ad avviare una relazione profonda, è importante comunque che egli indirizzi le sue energie in questa direzione.

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